Avevo tutto il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti – Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto?
Forse. Ma non ho rimorsi.
Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso…”
Jules Bonnot

Mercoledì 5 maggio 2021, 18:30, palazzo di giustizia, Lugano.

Fuori dalle fredde mura del tribunale due modi di essere, vivere, sperare, agire, sognare si guardano in cagnesco. Da una parte 40 amici e amiche, compagne e compagni, ultras, che aspettano la lettura della sentenza. Dall’altra sbirri, reti metalliche, metal detector, telecamere ed altre componenti di un impressionante dispositivo di sicurezza.

All’interno della corte le stesse fazioni, le stesse barricate: da una parte gli ultras alla sbarra, con i loro avvocati e il poco pubblico presente, dall’altra la giudice Verda-Chiocchetti, il procuratore Respini, altri sbirri e l’emanazione non tanto invisibile di Cocchi e Gobbi, sceriffi nostrani. Facciamola breve: la sentenza riduce le condanne richieste dalla procura, nonostante confermi l’impianto accusatorio, ma soprattutto mediatico e politico, montato ad arte fin da quella domenica di qualche anno fa. Ci asteniamo dal riportare la cronaca del processo, rimandandovi invece all’articolo apparso sul quindicinale Area (qui il link) che racconta in modo impeccabile lo svolgimento del dibattimento.

Stesse barricate, dicevamo. Stesse barricate, fazioni e approcci verso il mondo che abbiamo visto quella famosa domenica alla Valascia, la vera Valascia. Abbiamo più volte detto come le sospette mancanze della polizia, della società dell’HCAP e della sicurezza privata abbiano portato a quanto successo quella giornata. Noi, come GBB, non ci siamo mai nascosti: quel giorno abbiamo agito perché bisognava farlo, abbiamo difeso la curva come sempre abbiamo fatto e sempre faremo. Abbiamo messo i nostri corpi e le nostre menti in gioco per fare quello che era giusto. Se la procura e la giudice hanno letto quella giornata in modo diverso dal nostro, non ci stupisce per niente. Perché le fazioni esistono e le rivendichiamo. Siamo noi contro di loro, due barricate, due mondi diversi.

Due mondi diversi e noi, del loro, non vogliamo fare parte. Quello dove il gerarca Normanuhuhuh fa il bello e il cattivo tempo e non perde occasione per rilanciare le sue proposte totalitarie di schedatura e controllo, senza che nessuno osi contraddirlo, o quasi. Un mondo dove i migranti vengono rinchiusi sottoterra o rispediti negli inferni da cui sono fuggiti. Dove si spera di cancellare con un colpo di spugna gli spazi di aggregazione, lotta e sperimentazione, come il tifo organizzato della Curva Sud di Ambrì e il Molino, ma nel contempo si accolgono criminali di guerra sionisti e cileni e politicanti affaristi che si definiscono difensori della razza bianca.

Ma forse è così, il nostro mondo, la nostra barricata, fa paura. Oppure invidia. O più probabilmente da fastidio, come il proverbiale granello di sabbia nell’ingranaggio che mette in crisi la macchina dell’omologazione e dell’obbedienza. In fondo però, poco cambia. Continueremo per la nostra strada in modo ostinato e contrario, perché lo ripetiamo fin dall’inizio: non ci avrete mai come volete voi.

E se qualcuno pensa di eclissare il nostro mondo dalla nuova pista, che sia esplicitamente avvertito: non gli renderemo la vita facile. Perchè, si dovrebbe sapere, il nostro è un piccolo mondo e le voci corrono veloci. Che sia chiaro: non ci faremo trovare impreparati.

Ci vediamo al processo, il secondo. E ci vedremo a tutti i processi che proveranno a montare negli anni contro di noi. E ci vedremo nelle strade, se serve pure con sassi e bastoni e senza dimenticare tanto tanto amore. Amore per la libertà di pensare ed agire come meglio si crede ma sempre e comunque a difesa dei nostri sogni ed ideali.

Negli stadi e nelle strade l’autogestione non va messa in discussione.

Aqui no se rinde nadie!
La Curva Sud ed il Molino vivono!
GBB*